La vera rivoluzione è non raccogliere un fiore

In collaborazione con il Parco Nazionale delle Dolomiti bellunesi, un invito a rispettare il patrimonio floristico come dichiarazione massima d’amore e di rispetto della natura.

È

difficile resistere alla tentazione di raccogliere i fiori e farli nostri, soprattutto quando se ne vedono di belli come quelli dei prati delle Dolomiti bellunesi. Siamo abituati a regalare un fiore come gesto d’amore, a spogliare le margherite dei loro petali interrogandole se “m’ama o non m’ama”. Ma se sapessimo esattamente la portata devastante che un gesto apparentemente innocente come cogliere un fiore ha sul territorio, ci renderemmo conto che il vero gesto d’amore è limitarci ad ammirare quei fiori, lasciandoli lì a splendere dei loro colori nel loro habitat naturale.

I fiori di montagna sono un bene da tutelare e i motivi sono tantissimi. Un prato popolato di fiori selvatici è una miniera di biodiversità, un’enorme risorsa per alimentare di per molte specie diverse: api, farfalle e altri insetti, che sono cibo per uccelli e piccoli mammiferi, a loro volta predati da animali più grandi. La scomparsa delle fioriture selvatiche mette a rischio il patrimonio naturale, oltre a impoverire la bellezza dell’ambiente.

La straordinaria varietà della flora del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi è qualcosa che ha a che fare in maniera viscerale con la sua identità: una delle principali motivazioni scientifiche della sua nascita, infatti, è proprio la grande ricchezza e rarità delle piante che lo popolano.

Il Parco Nazionale delle Dolomiti bellunesi è la casa di oltre 1400 diverse specie: per dare meglio l’idea del numero, basti pensare che si tratta di ¼ di tutta la flora presente in Italia.

Questa enorme ricchezza floristica si deve alla grande varietà di ambienti e microclimi, un vero paradiso per gli amanti dei fiori che, in un territorio relativamente ristretto, possono incontrare migliaia di specie differenti.

Tra queste specie non sono poche quelle che meritano di essere ricordate perché endemiche (ovvero esistono solo qui), perché rarissime, o perché portano con loro un elevato valore fitogeografico e raccontano storie antichissime legate ai tempi in cui l’uomo ancora doveva fare la sua comparsa sulla terra. 

Ci sono alcune specie che hanno a che fare con le ere glaciali e che con un po’ di fortuna sono arrivate fino a noi perché sopravvissute sulle cime del Parco, di anni fa spuntavano da un mare di ghiaccio senza esserne sommerse, permettendo a questi fiori di vivere. Ne sono un esempio l’Alisso dell’Obir, una pianta che vive ad alta quota sui ghiaioni ed è una vera e propria sopravvissuta alle glaciazioni, e il bellissimo Geranio argenteo, così chiamato per il colore delle sue foglie, ricoperte da una fitta peluria sericea. 

L'Alisso dell'Obir
Il Geranio argenteo

II sito del Ministero dell’Ambiente mette a disposizione dei cittadini un elenco della flora italiana protetta: risulta che sono a rischio piante come il bucaneve, alcuni tipi di garofanini e di campanule, e poi genziane, ginestre e i gigli. Le ragioni sono evidenti: gli habitat spontanei sono ambienti delicati e fragili, soprattutto in particolari zone di microclima che subiscono l’intervento dell’uomo (agricoltura intensiva, utilizzo di pesticidi, inquinamento industriale, cementificazione, asporto delle piante, calpestio di aree naturali…).

Le politiche di protezione ambientale, abbinate a un programma informativo per la popolazione residente e i turisti, possono dare buoni risultati. Insomma il messaggio è chiaro: proteggiamo questi fiori (sia dentro che fuori dai Parchi naturali) e loro continueranno a sbocciare, incantandoci con il loro tripudio di profumi e colori e aiutando l’ecosistema dolomitico a rimanere nel suo perfetto equilibrio. D’altronde, come recitava lo slogan di una delle prime campagne di sensibilizzazione al rispetto dell’ambiente, “chi ama la montagna, le lascia i suoi fiori!”

TOP