Il roseto di Seravella

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a storia delle rose assomiglia a quegli amori che partono da lontano e che sembrano non avere mai fine. Cambiano forma, dimensione, intensità, attraversano mille difficoltà ma in qualche modo, alla fine, sopravvivono a tutto e tutti.

Le rose hanno un trascorso simile: esistevano già all’epoca dei Sumeri, venivano utilizzate per bellezza nell’antica Grecia, poi nell’antica Roma e via via fino ai giorni nostri, alternando momenti in cui sono state messe da parte ad altri in cui hanno avuto moltissima popolarità. Ma non è delle rose in generale che vogliamo parlare oggi. 

Quella che vogliamo raccontare è una storia più circoscritta e che riguarda circa trecento esemplari di rose che vivono in un roseto ai piedi delle Dolomiti Bellunesi, nel giardino di una villa che un tempo era la dimora dei Conti degli Azzoni Avogadro di Seravella e che oggi è sede di un museo etnografico (se ve lo state chiedendo, è questo).

 

Il mondo secondo le rose

Prendendo il nome dal luogo, si chiama Roseto di Seravella e conserva centinaia e centinaia di specie di rose, che sarebbero poi le protagoniste di questa storia: alcune sono rare, alcune addirittura uniche. La loro particolarità è che non sono state acquistate, cercate o selezionate da esperti botanici, ma sono state raccolte, tramite talea o margotta, dai giardini delle ville storiche, dalle case contadine, dalle canoniche della provincia di Belluno e ancora più spesso sono state donate dalle persone del posto. Ecco perché possiamo dire, senza esagerare, che racchiudono tra i loro petali le storie dei nostri antenati, quasi come una biblioteca che racconta di luoghi lontani e di alcune, molte, vite.

Come ad esempio la rosa Jacques Cartier (ibridatore Moreau-Robert, 1868. Francia) che abita nel roseto di Seravella grazie a una ragazza bellunese del secolo scorso che, in giovane età, aveva dovuto lasciare la sua casa e andare a fare la balia a Varese, in una famiglia altolocata. Succedeva spesso da queste parti, quando si nasceva in una famiglia povera, che le giovani donne partissero per fare le balie.
A Varese la ragazza capitò in una casa che aveva un grande giardino, colmo di fiori bellissimi, e così lei, concluso il suo lavoro, si portò una talea del suo fiore preferito a casa, a Belluno: la piantò a casa sua e da lì è poi è arrivata a Seravella.

Vogliamo raccontare anche di alcuni esemplari che raccontano di un’altra grande parentesi del nostro territorio: l’emigrazione in Sud America. Queste rose, presenti nel roseto, sono state rinvenute proprio in Brasile nel corso di un viaggio alla scoperta delle radici dell’emigrazione bellunese: hanno fatto un giro lunghissimo perché sono partite da Belluno, si sono imbarcate sulle navi assieme alle speranze e alle valigie di cartone degli emigranti, e poi sono state piantate nei nuovi giardini sudamericani. Quelle rose, oggi hanno fatto ritorno a Belluno. E chi meglio di loro può farsi portavoce dell’epopea dei nostri avi?

Immaginate il potere che può avere un luogo che conserva centinaia di rose pur trovandosi in un territorio difficile come quello montano, dal clima rigido, che non è sempre gentile o accogliente con la vita.

Nulla di magico, molto però di simbolico: è la forza della natura che si sprigiona anche nella più rara tra le rose e in cui è la potenza vitale che decide di avere la meglio su tutte le difficoltà.

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